Videogiochi: quanto è importante la longevità?

Quanta importanza riveste la longevità sulla valutazione e la qualità complessiva di un'opera videoludica? Scopriamolo insieme.

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l videogioco viene spesso (mal) interpretato come uno strumento tecnologico e non come un mezzo comunicativo, soprattutto da parte di quella fetta d'utenza che si è autoeletta quale rappresentate di una categoria elitaria e superiore alle altre: il "giocatore vero". Infatti, invece di osservarne i significati e i messaggi, che siano palesi o impliciti, spesso l'utenza più attiva sulle piattaforme social si immerge in sanguinosi dibattiti sugli elementi meno utili o interessanti per definire l'importanza o la qualità di un videogioco. Quest'approccio povero e banale al medium videoludico nasce da una concezione errata del suo valore culturale, poiché sin dagli albori i videogiochi sono sempre stati messi a confronto gli uni con gli altri non per le loro caratteristiche intrinseche più rilevanti, ma per superflue distinzioni di natura esclusivamente tecnica che nulla hanno a che fare con la qualità di un prodotto artistico. Rigiocabilità, difficoltà, varietà di modalità disponibili, realismo grafico: tutti concetti che non significano nulla in relazione a una valutazione contenutistica di un'opera, ma che nel tempo sono purtroppo diventati fattori assai influenti nel determinare il successo di un titolo sul mercato. Il sovrano incontrastato dell'approccio "tecnico" e schematico al videogioco è senza dubbio il termine "longevo".

Teoricamente, la durata di un oggetto culturale non dovrebbe in alcun modo legarsi alla valutazione qualitativa dell'opera: il tempo complessivo richiesto per completare il nostro percorso videoludico dovrebbe essere interpretato in funzione del messaggio, dei ritmi e dei temi affrontati dal gioco stesso. Ecco dunque che, esattamente come un libro di qualche decina di pagine può essere qualitativamente più ricco e interessante di una grande saga di svariati tomi, così un gioco esperibile in qualche manciata d'ore può lasciarci qualcosa di più di un GDR o di un multiplayer competitivo. Purtroppo, l'approccio tecnico al videogioco, stimolato e supportato sia dalle case di sviluppo, sia dalle voci degli influencer più in vista, ha causato un cortocircuito valutativo nel settore, che oggi pone la durata complessiva di una produzione sul piedistallo più alto della scala gerarchica.
Sebbene il numero di titoli dalla durata contenuta che vengono comunque apprezzati dal pubblico sia in costante aumento (Life is Strange, ad esempio), c'è sempre un limite oltre il quale la minoranza rumorosa del web non riesce a gettare lo sguardo. Inoltre, spesso si tende a "giustificare" simili "oggetti culturali" perché venduti a un prezzo decisamente inferiore rispetto alle grandi produzioni Tripla A: ma quando anche un grande publisher decide di investire in un titolo dalla longevità ridotta, ecco che l'astio e il pregiudizio degli acquirenti emergono in tutta la loro forza, indipendentemente dalla qualità dell'opera finale. Ciò è chiaramente dovuto anche alla necessità di investire le proprie risorse su titoli che ci possano intrattenerci il più a lungo possibile, questo è chiaro, ma al contempo mi preme evidenziare che questo tipo di ragionamento è totalmente estraneo a chiunque dedichi al cinema, alla letteratura o alla musica il suo tempo libero: se compro un CD, un libro o una serie TV, lo faccio perché è un'opera che mi ispira o interessa, non perché mi durerà un paio di pomeriggi in più.
Ecco dunque che emerge con tutta la sua forza l'immaturità del mercato nel suo complesso, a partire dai produttori per arrivare ai consumatori: quando acquisto un videogioco sento di comprare un prodotto di mero entertainment, non un'opera culturale, e di conseguenza la valuto con elementi tecnici e non contenutistici, un approccio più vicino all'elettrodomestico che al cinema. All'imporsi di questa mentalità si può probabilmente collegare l'invasione di titoli dotati di decine di modalità multiplayer e di infinite mappe open world, spesso funzionali solo a una durata fittizia fatta di collezionabili, trofei e ripetitive missioni secondarie: tutte caratteristiche che trionfano negli MMO, guarda caso mai così forte su console come in questa generazione.

La durata di un videogioco deve essere valutata in relazione non al prezzo, non al genere e non alle modalità, ma in funzione di ciò che vuole raccontare, o delle emozioni che vuole suscitare. La sua longevità deve essere interpretata in base ai temi e ai ritmi della storia o dei contesti che il gioco mette in scena. Chiedere "quanto dura?" significa anteporre un valore merceologico a un prodotto culturale, implica sminuire quello che è a tutti gli effetti un elemento del racconto, suggerisce ai creativi e ai produttori di focalizzarsi non sulla qualità ma sulla quantità. Iniziando a mettere in discussione questa categoria valutativa, potremmo finalmente vedere opere più interessanti, diverse e libere da logiche di mercato stringenti e opprimenti.