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World of Warships: la storia dei sommergibili, dalle origini alla guerra

Da Alessandro Magno alla Germania post seconda guerra mondiale. La storia dei sommergibili in attesa del loro arrivo in World of Warships.

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  • Chi conosce World of Warships sa già che uno dei punti di forza del gioco di Wargaming sta nella ricostruzione storica (in alcuni casi un po' fantasiosa, ma comunque verosimile) delle decine di navi da guerra protagoniste dei due conflitti mondiali. In passato ci siamo soffermati sulla storia di alcune imbarcazioni più celebri e abbiamo approfondito in un altro speciale alcune delle tecniche e tecnologie navali più utilizzate ed efficaci: questo per dimostrare quanto la storia sia una delle fonti migliori da cui attingere per raccontare "storie", per l'appunto; ma anche per puntualizzare che dietro un modello poligonale inserito in un gioco prettamente competitivo c'è in realtà un lavoro enorme di ricerca e perfezionamento. Per un terzo articolo a sfondo storico abbiamo deciso di concentrarci su una classe di unità che ancora non è entrata a far parte di World of Warships, e che è attualmente disponibile solo in server di test: stiamo parlando dei sottomarini, dei mezzi navali che sono il frutto della curiosità umana per l'esplorazione degli abissi marini nonché strumenti di morte ideati per una guerra invisibile e letale. La loro storia affonda le radici in tempi impensabili, ma prima di far girare all'indietro le lancette della nostra macchina del tempo è necessaria una precisazione di natura semantica.

    Le parole "sottomarino" e "sommergibile", oggi usate in italiano come sinonimo, si riferiscono in realtà a due tipi diversi di nave. Per sommergibile si intende un mezzo pensato per operare sia in superficie che in immersione e la cui velocità sott'acqua è più bassa di quella in emersione. Il sottomarino è invece creato specificamente per operazioni sott'acqua, e proprio per questo motivo ha caratteristiche, come la forma o la velocità massima, differenti (o se vogliamo, più evolute) rispetto a quelle di un sommergibile. Diverse fonti localizzano il passaggio dai più arcaici sommergibili ai più recenti sottomarini intorno alla fine della seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista completò la costruzione dell'U-Boot Tipo XXI, da molti considerato come il vero e proprio primo sottomarino della storia. In questo articolo, che partirà dai primi progetti nella storia antica e si fermerà proprio alla seconda guerra mondiale, si parlerà dunque prevalentemente della storia dei sommergibili.

    Testimonianze antiche e primi prototipi

    L'esplorazione di "luoghi proibiti" e qualcosa da cui l'uomo è stato affascinato sin dall'alba dei tempi, la scarsa tecnologia e la ridotta conoscenza delle leggi naturali hanno però relegato queste esplorazioni ai soli miti e racconti epici. Le prime tracce dell'uomo che prova ad avventurarsi sott'acqua si hanno da alcune raffigurazioni a Tebe, in Egitto, dove sono rappresentati dei cacciatori che si avventurano sotto le acque del Nilo utilizzando dei bastoni cavi per respirare.

    Per il primo vero e proprio tentativo di immersione documentato, questa volta a scopo militare, dobbiamo tuttavia aspettare l'assedio di Tiro nel 352 avanti Cristo. Alcune fonti riferiscono di operazioni subacquee svolte dai capitani della flotta macedone per rilevare la presenza di trappole e difese che avrebbero ostacolato l'avanzata delle imbarcazioni. Alcuni racconti, peraltro rafforzati dagli scritti di Aristotele, ci dicono che lo stesso Alessandro Magno si immerse nelle acque del Mediterraneo per testare la particolare attrezzatura da immersione.

    Stando ai dettagli che ci sono pervenuti, lo strumento usato dai macedoni assomigliava a una batisfera ante litteram: era un barile stagno ricoperto da placche in bronzo con degli oblò in vetro, denominato "skaphe andros" (da cui deriva il più moderno termine scafandro). Anche nei tempi dell'antica Roma si conducevano operazioni sottomarine: durante l'impero di Claudio esisteva un corpo militare di urinatores (dal verbo latino "urinari", che significa tuffarsi, immergersi), degli uomini esperti nelle immersioni che potevano essere usati anche per scopi civili, come ad esempio la rimozione di detriti o riparazioni particolarmente difficoltose.

    Ne riportano l'esistenza sia Flavio Vegezio che Plinio: sembra che gli urinatores avessero sulla testa una sorta di sacca impermeabile collegata a un lungo tubo che arrivava fino alla superficie dell'acqua, essenziale per respirare. Plinio racconta inoltre che questi antenati dei sommozzatori si riempivano la bocca di olio, che poi sputavano per rendere l'acqua più trasparente.

    Passano i secoli, ma non si esaurisce la voglia di esplorare gli abissi: risale al 1562 una testimonianza raccolta nell'Opusculum dell'astrologo e musicista olandese Jean Taisinier, in cui viene raccontata un'operazione di immersione svoltasi nel fiume Tago, in Spagna, alla presenza dell'imperatore Carlo V. I due uomini, di cui uno aveva una candela accesa in mano, si immersero e uscirono dalle acque del fiume con i vestiti ancora asciutti e con la candela ancora accesa, grazie a una strumentazione non meglio precisata.

    Con l'avanzare della tecnica e dei processi scientifici, determinati dal medioevo prima e dal rinascimento poi, alcuni inventori iniziarono a cimentarsi in progetti di mezzi subacquei ancora irrealizzabili, ma che restituivano la voglia di creare delle macchine funzionanti.

    Uno dei più celebri fu quello che Leonardo da Vinci ideò per la Serenissima Repubblica di Venezia: Leonardo realizzò degli schizzi per una macchina da guerra che avrebbe potuto operare sotto la superficie del mare (le operazioni di immersione ed emersione dipendevano principalmente da due grossi galleggianti posizionati in cima) e che avrebbe consentito alla Serenissima di contrastare la minaccia turca. Leonardo era però spaventato dal potere distruttivo della sua invenzione e soprattutto dall'uso che gli altri avrebbero potuto farne: decise così di mantenere segreti i suoi progetti.

    Nel 1578 fu il matematico inglese William Bourne a sviluppare e poi rendere pubblico il design per un sommergibile. L'idea di Bourne era quella di costruire una barca in legno ricoperta di cuoio impermeabilizzato, che avrebbe dovuto spostarsi sott'acqua utilizzando dei remi. Per consentire al suo sommergibile di immergersi e poi riemergere, William Bourne pensò di dotarlo di un sistema di pistoni e viti azionati a mano, utili per modificare il volume dell'acqua contenuta in borse di cuoio laterali. Negli anni finali del sedicesimo secolo e per tutto il diciassettesimo, progetti e tentativi di creare dei sommergibili si susseguirono.

    Degni di particolare nota sono gli esperimenti condotti dall'olandese Cornelius Drebbel tra il 1620 e il 1624 sul fiume Tamigi: Drebbel sarebbe stato capace di immergersi e poi riemergere dopo un breve tratto usando un'imbarcazione di sua invenzione.

    L'italiano Alfonso Borelli, nel suo De Motu Animalium del 1680, teorizzò la costruzione di un sommergibile che sfruttava un sistema di leve e otri in pelle di capra con cui pompare fuori l'acqua. Il fisico francese Denis Papin passò nuovamente dalla teoria alla pratica tentando di costruire, alla fine del ‘600, due prototipi di sommergibile. Sebbene non esista nessuna testimonianza acclarata che discuta del risultato di questi esperimenti, una voce di corridoio dell'epoca parla di alcuni successi di Papin nei test sul fiume Lahn, in Germania.

    L'impulso dell'esplorazione degli abissi comincia insomma a incontrare strumenti teorici e tecnici finalmente più avanzati. Tuttavia la costruzione di macchine capaci di operare sotto la superficie dell'acqua era vista, fino a questo punto, per lo più come strumento per sorprendere le folle e le corti, come un mezzo utile all'esplorazione o a dimostrare la propria autorità nell'immenso agone tra scienziati. Non sarebbero poi passati molti anni perché si iniziasse a prendere comune coscienza di potenzialità ancor più ghiotte: quelle belliche.

    Sommergibili da guerra

    Il primato per aver costruito il primo sommergibile da impiegare in battaglia, spetta probabilmente al carpentiere russo Yefim Nikonov. Nikonov propose allo zar Pietro il Grande l'idea di un'avveniristica imbarcazione capace di colpire le navi nemiche da sotto la superficie del mare. Lo zar, estremamente colpito dall'idea, finanziò il progetto: il sommergibile di Nikonov assomigliava a un grosso barile, da cui sporgevano dei tubi che avrebbero consentito di lanciare fiamme contro una nave bersaglio grazie all'utilizzo di una miscela combustibile.

    Gli esperimenti sul campo risultarono però fallimentari: durante un test del 1724 il prototipo affondò e lo stesso Nikonov riuscì a stento a salvarsi. La creazione non ebbe fortuna neppure negli anni a venire, gli ulteriori due test furono disastrosi e inoltre, alla morte dello zar Pietro, Nikonov fu accusato di abuso di fondi pubblici e spedito in un cantiere navale sul fiume Volga.

    Il primo "successo" di un sommergibile militare è datato 1776. Durante un episodio della rivoluzione americana, venne infatti utilizzato il Turtle, un sommergibile monoposto dalla forma di un uovo che avrebbe consentito di operare sott'acqua per brevi periodi (le riserve d'aria garantivano circa trenta minuti d'autonomia). Il Turtle fu impiegato nel tentativo di affondare la nave britannica HMS Eagle con l'ausilio di una carica esplosiva. L'obiettivo fallì, l'esplosivo non fu infatti abbastanza potente da penetrare lo scafo della Eagle, ma il Turtle riuscì a riemergere con successo.

    Metodi alternativi di condurre la guerra marittima ingolosirono perfino Napoleone Bonaparte, il quale commissionò, nel 1800, il sommergibile Nautilus all'ingegnere statunitense Robert Fulton. Il Nautilus era costruito in ferro e rame, aveva una forma cilindrica e disponeva di due sistemi di propulsione, uno a vela e un altro che dipendeva da un'elica azionata manualmente. Nell'idea di Fulton, avrebbe dovuto essere impiegato per trasportare mine con cui affondare imbarcazioni nemiche senza essere individuato; il progetto, tuttavia, non venne mai impiegato in scenari bellici.

    Fino alla prima guerra mondiale, dunque, i sommergibili non hanno mai avuto un ruolo di rilievo nelle marine militari internazionali. L'unico a ottenere un risultato militare degno di nota fu il CSS H. L. Hunley degli Stati Confederati d'America, che nel 1864 fu in grado di affondare la nave nordista USS Housatonic, ma colò a picco anch'esso, forse a causa dell'esplosione.

    L'esperimento civile dell'ingegnere Julius Kröhl, il quale fu capace nel 1866 di superare qualsiasi profondità mai raggiunta prima d'ora con un sommergibile, stabilì una nuova vetta nello sviluppo tecnico. Il Sub Marine Explorer di Kröhl aveva anticipato alcune delle tecnologie più moderne, ma disponeva ancora di una propulsione manuale ed era quindi lento e difficile da governare. Alcune di queste limitazioni al sistema propulsivo vennero superate solo negli ultimi due decenni dell'800, quando fece la sua comparsa una grande novità ingegneristica: il motore elettrico.

    L'avvento dell'energia elettrica

    I sommergibili di cui vi abbiamo parlato fino a ora erano mezzi assolutamente impratici, idonei per qualche test o piccole missioni esplorative, ma inadatti ad esempio per lunghe esplorazioni sottomarine o per operazioni belliche degne di nota. Alla fine del diciannovesimo secolo, la costruzione dei primi motori elettrici diede nuovi impulsi alla realizzazione di innovativi prototipi di sommergibile. Fu l'ingegnere navale Stefan Drzewiecki a costruire nel 1884 il primo sommergibile a batterie. Lo seguirono, nel 1886, gli inglesi Andrew Campbell e James Ash, che battezzarono il loro progetto Nautilus.

    Nel 1888 venne costruito in Francia il Gymnote, in Spagna il Peral, ma nessuno di questi progetti che abbiamo citato prevedeva un modo per ricaricare le batterie in alto mare. Tutti i primi sommergibili elettrici, sebbene funzionanti, avevano dunque un'autonomia molto ridotta e potevano operare solo sotto costa. Fu questo il motivo principale che ne escluse impieghi militari.

    Nuovi passi in avanti si fecero con l'avvicendarsi del ventesimo secolo, quando peraltro alcune invenzioni come il periscopio (di cui si ha già traccia in un progetto del 1893) iniziano a divenire uno standard. È soprattutto l'impiego di motori diesel-elettrici, però, che consentì ai sommergibili di operare con efficienza in vari contesti, incluso quello bellico. I nuovi modelli impiegavano ancora delle batterie per navigare sott'acqua, tuttavia per la navigazione in superficie e per la ricarica delle batterie veniva sfruttato un motore diesel.

    L'11 aprile del 1900, gli Stati Uniti d'America fecero il primo passo per l'acquisizione di unità sommergibili nella propria marina: il governo statunitense acquistò infatti l'Holland VI, poi ribattezzato USS Holland, ritenuto uno dei primi sommergibili a poter compiere efficientemente mansioni militari.

    L'Holland, però, la guerra non la vide mai, venne infatti ritirato dal servizio e poi smantellato nel 1913. La corsa agli armamenti era insomma iniziata, e nei primi del novecento praticamente tutte le marine militari più importanti nello scacchiere mondiale stavano dotandosi di unità sommergibili. Le flotte più numerose appartenevano però al Regno Unito e all'impero tedesco: quest'ultimo stava infatti assemblando una forza marittima che avrebbe fatto grande differenza durante la prima guerra mondiale.

    Prima e seconda guerra mondiale

    Grazie alle nuove tecnologie belliche i sommergibili erano diventati delle vere e proprie navi da guerra, munite di cannoncini da usare in emersione e di siluri da sfruttare invece in immersione. Un passo in avanti, questo, che gli consentì di divenire molto più versatili di come erano stati originariamente concepiti. Il primo impiego in un vero e proprio conflitto si ha durante la guerra russo-giapponese del 1904, anche se in quell'occasione i sommergibili, ridotti in numero, ebbero prestazioni sotto le aspettative.

    È dal 1914, anno d'inizio della prima guerra mondiale e della cosiddetta prima battaglia dell'Atlantico, che i sommergibili iniziano a dimostrare la loro letale efficacia. La marina imperiale tedesca li sfruttò infatti per forzare il blocco navale imposto da Stati Uniti e Regno Unito: i bersagli più ghiotti erano navi da trasporto o mercantili, poiché lente e con difese scarse o assenti.

    Iniziarono così a diffondersi racconti sui terribili U-Boot, subdoli assassini che colpiscono a tradimento e poi fuggono senza essere individuati: l'affondamento del transatlantico civile HMS Lusitania, visto come un atto spietato, viene spesso riportato come uno dei motivi che spinse il governo statunitense a partecipare attivamente alla prima guerra mondiale.

    Fu lo strapotere degli U-Boot tedeschi a costringere l'istituzione, soprattutto da parte del Regno Unito, di unità preposte al rilevamento e al combattimento dei sommergibili. Si trattava spesso di piccole imbarcazioni civili, come pescherecci, su cui venivano montati dei cannoncini. Visto che non esistevano ancora avanzati metodi di rilevamento, uno dei modi con cui si poteva verificare la presenza di un sommergibile era con l'uso di grosse reti da pesca.

    Dopo la fine della prima guerra mondiale, cominciarono delle sperimentazioni su nuovi assetti per i sommergibili. Alcuni disponevano di piattaforme di lancio per velivoli, in altri casi si pensò di dotarli di obici per colpire bersagli terrestri. Nessuno di questi design ebbe davvero successo, ma si fecero passi in avanti grazie al miglioramento del motore diesel-elettrico e all'introduzione dello "snorkel". Si trattava di un'appendice estensibile che avrebbe concesso l'utilizzo del motore diesel anche quando il sommergibile si trovava sott'acqua, ma a una bassa profondità.

    Allo scoppio della seconda guerra mondiale, le marine internazionali disponevano di una flotta di sommergibili piuttosto nutrita, ma fu sempre la Germania a utilizzarli maggiormente, specialmente nell'attacco di navi mercantili nell'atlantico.
    L'efficacia delle unità sommergibili non poteva però più essere paragonata a quella che ebbero nella prima guerra mondiale: le navi da combattimento tradizionali erano infatti divenute più veloci, o più corazzate e meglio armate; questo rappresentava un grosso problema per i sommergibili, che non potevano raggiungere grandi velocità ed erano poco resistenti. Per di più, grazie ai nuovi sistemi di rilevamento e all'impiego vasto di aerei e portaerei, era più semplice individuarne la posizione e di conseguenza annullarne quasi del tutto l'efficacia.

    Solo alla fine della seconda guerra mondiale la Germania riuscì a sviluppare l'U-Boot Tipo XXI, il primo vero e proprio sottomarino. Era un mezzo studiato per essere impiegato soprattutto sotto la superficie del mare, e la sua velocità, 17 nodi, era circa il doppio di quella dei modelli precedenti. Il Tipo XXI sarebbe stato di certo un killer sfuggente e letale, ma con la sconfitta della Germania nel 1945, tutti i modelli funzionanti furono requisiti o distrutti.

    È in questo punto, con il passaggio dal più primitivo sommergibile al sottomarino, che la nostra storia si conclude. Ed è interessante costatare come i mezzi subacquei siano passati da progetti per lo più impraticabili fino a essere largamente utilizzati nelle due guerre più sanguinose per l'umanità; e come poi siano diventati, con lo sviluppo dei più recenti sottomarini nucleari, uno dei più grandi e pericolosi deterrenti, in mano solo a una manciata di potenze mondiali.

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