Yakuza Like A Dragon: origine e storia della malavita giapponese

Aspettando l'uscita del gioco SEGA, ripercorriamo la storia della malavita organizzata giapponese dalle origini a oggi.

Storia della Yakuza
Speciale: Multi
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  • Pc
  • PS4
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  • PS4 Pro
  • PS5
  • Xbox Series X
  • Come accaduto alle realtà criminali più celebri al mondo, tra cui la mafia italiana, anche la Yakuza giapponese è riuscita a valicare i confini geografici dell'arcipelago nipponico per diventare argomento di opere letterarie, cinematografiche e videoludiche. Yakuza Like a Dragon, nuovo capitolo della serie creata da Toshihiro Nagoshi per Sega, approderà in Occidente il prossimo 10 novembre, quasi un anno dopo il lancio in terra giapponese: abbiamo quindi un'opportunità perfetta per approfondire la storia della criminalità organizzata del Sol Levante e il suo impatto sui vari media. Senza ulteriori indugi, vi proponiamo un viaggio tra gli yakuza, uomini che sostengono di avere ereditato il retaggio degli antichi samurai erranti.

    Le origini della Yakuza, tra mito e realtà

    Gli studiosi che nel corso degli anni si sono occupati della storia del crimine organizzato giapponese non sono riusciti ad individuare il momento esatto in cui questo fenomeno ha preso il via. Anche la Yakuza stessa ha avanzato delle teorie, naturalmente volte a nobilitare il proprio passato e a ricollegare la loro ascendenza ai ronin, i samurai senza padrone che tanto hanno affascinato il pubblico, intellettuali e artisti compresi: pensiamo alla storia dei Quarantasette Ronin, uomini intrepidi che riuscirono a vendicare il loro signore defunto con un'azione così clamorosa da guadagnare l'immortalità in libri, opere teatrali e film (qui la recensione di 47 Ronin, la pellicola del 2013 con Keanu Reeves).

    Coerentemente, le bande appartenenti alla Yakuza - e sul territorio giapponese ne sono presenti migliaia, anche se nessuno conosce il numero esatto - adottano spesso rituali di stampo samurai; molti membri delle gang ritengono di essere veri e propri patrioti che hanno abbandonato la spada per indossare costosi abiti da businessmen, sempre impegnati a difendere la Nazione e in particolare i più bisognosi. Una retorica che non giunge nuova, spesso fatta propria dalle organizzazioni criminali desiderose di legittimare e giustificare con un nobile fine l'utilizzo di mezzi illegali.

    La versione proposta dagli storici, seppur con qualche incertezza, è un po' diversa. I rivolgimenti del periodo storico Tokugawa (1603-1868) portarono all'emersione di due nuove classi sociali di bassa estrazione: i tekiya, venditori ambulanti e spacciatori di merci rubate, erano considerati quasi burakumin, ossia intoccabili, figure ai margini della società, mentre i bakuto erano loschi figuri coinvolti a vario titolo nel gioco d'azzardo.

    E il nome Yakuza nasce proprio nell'ambito del gioco, visto che il punteggio più basso nelle carte Oicho-Kabu è 8, 9, 3, da leggersi hachi, kyuu e san: nel corso del tempo, la lettura storpiata di questi tre numeri in sequenza ha portato proprio al neologismo Yakuza. Come riscontrato dal professore di antropologia George Alphonse De Vos - autorevole studioso del fenomeno che stiamo analizzando - la parola yakuza uscì dal suo mondo originario, quello delle scommesse, per passare ad indicare un perdente, un buono a nulla dannoso per la società.

    Alla fine del XIX secolo, le organizzazioni criminali discendenti dai tekiya e dai bakuto dell'epoca Tokugawa iniziarono ad assumere un peso politico considerevole, e divennero capaci di smuovere le masse contro la neonata monarchia parlamentare giapponese. Molto importante la nascita dell'Esercito del Popolo, gruppo nato nel 1884 per proteggere gli interessi delle fasce più svantaggiate della società e lottare per ottenere riforme volte a favorire i poveri; il fondatore dell'organizzazione era Tashiro Eisuke, membro di spicco dei bakuto. Inoltre, la figura nipponica più vicina al Robin Hood tanto amato in Occidente era proprio un bakuto: parliamo di Shimizu Jirocho (1820-1893) fuorilegge che, secondo molti giapponesi, aveva il merito di rubare ai ricchi per dare ai poveri.

    Ormai non si trattava più di criminali allo sbaraglio dediti soltanto al gioco d'azzardo e all'estorsione: i tumulti politici e il declino della potente casta dei samurai avevano reso questi outsider una forza considerevole, molto simile a ciò che è la Yakuza oggi. D'altronde la pratica dello yubitsume (ossia il taglio di falangi o intere dita delle mani) si originò proprio tra i bakuto, che usavano infliggere questa umiliazione a chi aveva infranto le regole del gruppo ma non aveva trasgredito in modo tanto grave da meritare la pena di morte. Ancora oggi le gang giapponesi si identificano come tekiya o bakuto a seconda della loro primaria fonte di reddito, rispettivamente il furto con ricettazione delle merci rubate e il gioco d'azzardo, autentica piaga sociale nel Paese del Sol Levante.

    Dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi

    Non vi sono dubbi nell'identificare il Secondo Conflitto Mondiale come il momento topico nella storia recente del Giappone. L'occupazione americana seguita alla resa del 15 agosto 1945 da parte dell'Impero nipponico creò una situazione di forte instabilità per la criminalità organizzata, che era stata abile nel siglare accordi con le forze politiche nazionaliste fino ad allora al potere: il problema era che molti dei politici corrotti dalla Yakuza si trovavano alla sbarra nel processo di Tokyo per crimini di guerra. Per questo gli elementi di spicco delle varie bande si proposero come difensori dell'ordine pubblico, riuscendo così, da un lato, a non entrare nel mirino degli occupanti americani, e dall'altro a riguadagnare influenza in politica, ottenendo anche importanti appalti nel settore edilizio per riciclare denaro proveniente da prostituzione, traffico di droga, estorsioni, furti, gioco d'azzardo e usura.

    Il fenomeno continuò a crescere nei decenni successivi, e neppure la legge anti-violenza del 1992 - che dichiarava illegali le associazioni che ricorrevano a mezzi intimidatori o addirittura violenti, Yakuza in primis - riuscì ad arrestare il processo, favorito anche dalla discriminazione che spesso subiscono i discendenti dei burakumin, gli intoccabili considerati per secoli feccia della società nipponica: molti giovani di questa estrazione sociale faticano ancora oggi a trovare un lavoro, specie nelle zone rurali del Paese, e per questo si rivolgono alla Yakuza per ottenere impiego e protezione.

    E così molti giapponesi considerano i membri di queste bande come degli eroi capaci di proteggere gli ultimi in ambiti in cui il welfare statale fallisce e non riesce a lasciare un segno positivo. I dati della polizia giapponese stimano il numero di gangster attivi sul territorio in circa 100.000: una cifra davvero ragguardevole, che fa comprendere come le politiche del Governo dagli anni ‘90 ad oggi non siano riuscite a sconfiggere questa organizzazione tentacolare e ampiamente distribuita sull'arcipelago.

    La struttura e l'organizzazione delle bande

    Spesso la distribuzione del potere nella Yakuza viene paragonata all'organizzazione della mafia italiana. Si tratta di una struttura verticistica - solitamente basata su un nucleo familiare, con il capofamiglia, chiamato Oyabun, alla testa del gruppo - che si articola in rami di potere intermedi; alla base sono collocati gli scagnozzi semplici, solitamente coinvolti in maniera diretta nel "lavoro sporco" della banda. Tali piramidi di potere hanno il vantaggio dell'estrema facilità nel rimpiazzare il capo qualora dovesse essere arrestato oppure ucciso da una gang rivale: allo stesso modo in cui si rigenerano le numerose teste dell'Idra di Lerna, che diede filo da torcere persino ad Ercole (e più recentemente a Zagreus, come potete leggere nella nostra recensione di Hades), così il secondo in comando è pronto e già preparato per assumere il controllo della banda quando il "padrino" non è più in condizioni di svolgere il suo incarico.

    L'Oyabun procede spesso ad adottare un degno Kobun, il suo successore designato: si evita così di passare il potere ad un figlio naturale poco capace di gestire gli affari di famiglia. Spesso il Kobun deve provare la sua lealtà andando in prigione al posto del suo boss, o assumendosi il demerito per errori commessi in realtà dall'Oyabun: ciò testimonierà al capo la fedeltà - che deve essere cieca, incondizionata e totale - del suo secondo in comando.

    Un aspetto particolare e certamente distintivo della Yakuza è la sua visibilità. Siamo abituati a pensare a mafiosi che rifuggono sempre e comunque la luce dei riflettori; al contrario, la Yakuza non conduce i suoi affari in segreto... o almeno, non tutti. Le bande sono proprietarie di lussuosi edifici nelle zone centrali delle principali città del Giappone, e molti loro membri in vista sfoggiano con orgoglio patinate business card (un vero e proprio must nella terra del Sol Levante). Inoltre, come abbiamo visto, dai bakuto i malviventi hanno ereditato l'usanza di tagliare le dita delle mani o soltanto alcune falangi. Nel tempo questa usanza è passata da punizione a prova di coraggio e il rituale è diventato una sorta di rito di passaggio per affermarsi nell'organizzazione: il giovane yakuza deve provare il suo coraggio procedendo all'amputazione da solo, sotto lo sguardo vigile dei suoi capi.

    Altro segno distintivo sono i tatuaggi, opere d'arte elaboratissime e dai temi differenti per ciascun gruppo malavitoso. Anche loro hanno subito un'importante evoluzione storica. Durante lo shogunato - dal XII alla metà del XIX secolo - i tatuaggi erano utilizzati dai governanti locali per contrassegnare i criminali; per riscattarsi da questa forma di punizione, i malviventi cercarono di convertire i loro corpi in colorati manifesti, diventando delle opere d'arte su gambe che dimostravano anche il coraggio del tatuato, costretto a sottoporsi ad un procedimento estremamente lungo e doloroso.

    La pratica di marchiare in questo modo i criminali fu bandita immediatamente dopo la Restaurazione Meiji, nel 1870, ma lo stigma sociale nei confronti dei tatuati continua ancora oggi: il tatuaggio è scolpito nella mente dei giapponesi come il segno inequivocabile del malvivente. La Yakuza abbracciò con gioia questo retaggio storico e lo fece proprio fino in fondo. I suoi membri ostentano tatuaggi elaborati in perfetto stile nipponico, e spesso si tratta di opere d'arte eseguite dai tatuatori più abili del Giappone.

    Il messaggio è chiaro: un tatuaggio non può essere cancellato, e allo stesso modo lo yakuza non potrà mai allontanarsi dal proprio gruppo, poiché la sua affiliazione durerà fino alla sua morte. L'ostentazione dei tatuaggi è evitata in ogni modo in Giappone, e gli onsen - località termali dove si fa il bagno completamente nudi - sono soliti vietare l'ingresso a chi ne ha uno o più sul corpo, per timore che si tratti di persone collegate alla Yakuza: anche se occidentali, è buona norma informarsi sulle regole dell'onsen se si è tatuati, prima di entrare.

    Yakuza e cultura

    Le tradizione della Yakuza, il suo stile e le storie dei suoi membri più famosi hanno ispirato numerose opere letterarie, cinematografiche e videoludiche. Gli Yakuza film sono un vero e proprio genere, nato alla fine degli anni ‘40 e ancora oggi molto attivo: sono celebri le pellicole dedicate al tema dal regista giapponese Takeshi Kitano, mentre in Occidente Yakuza (1975) di Sidney Pollack ha avuto un rilevante impatto nel far conoscere il mondo della malavita del Paese del Sol Levante.

    In ambito televisivo, Marge Simpson si è trovata a fronteggiare la Yakuza nell'undicesimo episodio dell'ottava stagione de "I Simpson", con risultati esilaranti che vi invitiamo a vedere di persona! Recentemente l'organizzazione ha giocato un ruolo importante nelle quattro stagioni di The Man in The High Castle, serie targata Amazon Prime latamente basata sull'omonimo romanzo di Philip Kindred Dick, nel cui intreccio, però, la Yakuza non era presente.

    Ma è il mondo dei videogiochi ad aver regalato la più ampia notorietà e rilievo ai malviventi giapponesi. L'eclettico - quando non bizzarro - Toshihiro Nagoshi avviò, nel 2005, un franchise di enorme successo per Sega, chiamato in terra nipponica Ryu ga Gotoku e in Occidente noto semplicemente come Yakuza: stando ai dati aggiornati al 2020, nei suoi quindici anni di onorata attività la serie ha venduto ben dodici milioni di copie fisiche e digitali! Attendiamo con interesse l'uscita occidentale dell'ultimo capitolo, Yakuza Like a Dragon, già giunto sugli scaffali in Giappone lo scorso 16 gennaio, la cui release fuori dall'arcipelago è prevista per il prossimo 10 novembre.

    La storia della Yakuza è di forte interesse, poiché si intreccia strettamente con la politica e la società giapponesi: le discriminazioni subite per secoli dai burakumin hanno portato ad un sistema di "giustizia fai da te" che si è evoluto fino a diventare il temuto drago dalle molte teste che conosciamo oggi. La serie creata da Toshihiro Nagoshi ha contribuito non poco a far conoscere gli yakuza all'estero, e siamo molto curiosi per la release occidentale dell'ultimo capitolo. Nel frattempo, per ingannare l'attesa, vi rimandiamo alla nostra anteprima di Yakuza Like a Dragon.

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