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Il futuro dell'esport parte dalla Cina? Il gaming competitivo diventa "professione"

Il futuro dell'esport parte dalla Cina? Il gaming competitivo diventa 'professione'
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Il mondo esport vive di estremi. Giusto un paio di giorni fa vi avevamo parlato delle controverse dichiarazioni di un politico tedesco (che riflettono, in sostanza, la posizione della federazione olimpica teutonica) il quale ha affermato senza mezze misure che l'esport "non esiste" e che “è più sport il lavorare a maglia”.

Ora vi parliamo dell'estremo opposto. In Cina è stato fatto un passo storico verso il riconoscimento del gaming competitivo: le posizioni dei giocatori e dei manager operanti nell'esport verranno equiparate allo lo status di "professioni lavorative" a tutti gli effetti.

Più specificamente, il Ministry of Human Resources and Social Security of China ha riconosciuto un totale di quindici nuove professioni lavorative tra cui spiccano, sorprendentemente, anche quelle succitate.

Sembra una svolta di non poco conto, visto che tradizionalmente qualsiasi cosa abbia a che fare con l'esport da molti non viene ancora considerato come "una vera carriera".

Tra le nazioni più sviluppate, la Cina sarebbe una delle prime a spingere affinché possa avvenire un cambiamento nella percezione dell'esport. Questo con tutta probabilità è anche dovuto all'enorme aumento di popolarità del gaming competitivo in Asia e prescinde dall'opportunità di inserire l'esport in un ipotetico programma olimpico futuro.

I nuovi percorsi di carriera sono stati originariamente discussi pubblicamente e le posizioni dei manager e dei giocatori sono quelle che hanno creato maggior dibattito sui social media cinesi. La Cina può vantare uno dei più grandi bacini di utenza nel mondo, per cui non sorprende che si sia verificata questa presa di posizione dell'opinione pubblica.

Il Giappone, ad esempio, riconosce già il percorso nel gaming competitivo come una carriera lavorativa a tutti gli effetti, con la Japanese Esports Union che si occupa di fornire vere e proprie licenze ai giocatori professionisti che vogliono partecipare ai tornei. Nel Sol Levante, questo cambiamento è avvenuto solo di recente e solamente per superare la normativa (assai) restrittiva sul gioco d'azzardo che impediva a giocatori e organizzatori di tornei anche solo di parlare di soldi per i tornei.

Giappone e il Dragone cinese (o l'Asia tutta?), quindi, potranno davvero essere i fieri paladini dell'evoluzione dell'esport, trainando così le altre nazioni verso un'apertura che – lo ricordiamo – non impone necessariamente l'inserimento del gaming tra le discipline olimpiche?

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